“Narrazione” e Storia

Avendo partecipato a molti dibattiti creatisi qua e là spontanei sul web – nei social, nello spazio dei commenti sotto agli articoli sul tema, nei forum, ecc. – riguardo al processo alla Commissione Grandi Rischi, e avendo letto opinioni e resoconti su blog e giornali, mi sono potuta rendere conto in prima persona di come si sia imposta nell’opinione pubblica una narrazione della vicenda coincidente alla interpretazione dei fatti esposta nella motivazione della sentenza e su questa sostanzialmente basata. E’ da lì che si deducono ogni volta opinabili valutazioni scientifiche (basate per lo più su una selezione ristretta di fonti – per di più citate parzialmente e con sapienti omissioni – la cui autorevolezza rispetto ad altre non si è capaci di soppesare, anche per la mancata conoscenza di queste altre e della varietà delle opinioni nel dibattito scientifico in materia) e fraintendimenti di concetti specialistici.

Ma, anche sorvolando sugli svarioni scientifici (già approfonditamente e ampiamente analizzati in altre sedi più opportune da chi ne ha competenza), basterebbe documentarsi meglio sulla complessività delle testimonianze, comprese quindi anche quelle non considerate dal giudice, e su quanto stesse avvenendo a L’Aquila nei giorni immediatamente successivi alla riunione della Commissione, come riportato sui giornali dell’epoca – cartacei e online – per scoprire un quadro alternativo, più completo e quindi più aderente alla realtà dei fatti, tanti dei quali taciuti nella narrazione che si è imposta (diversamente da quel che afferma chi lamenta mistificazioni e propagande varie da parte di una qualche corporazione di scienziati) in Tribunale con il primo grado e nei media mainstream.

Forse i tanti che ripetono più o meno in automatico che la Commissione (considerata sempre indistintamente e globalmente, quasi fosse un unico organismo, una sorta di Cerbero a sette teste, senza distinzioni di competenze professionali e ruoli istituzionali) rassicurò i cittadini aquilani, che negò che potesse arrivare un terremoto, che non attuò nemmeno le basilari azioni di “prevenzione a breve” (controllo ed eventuale sgombero di edifici strategici e pubblici e di edifici a maggiore vulnerabilità, assistenza alla popolazione, esercitazioni ecc.) si sorprenderebbero a veder sgretolarsi queste loro convinzioni granitiche.

Basterebbe poco, giusto un po’ della curiosità e dell’obiettività di chi non si accontenta delle narrazioni predigerite, e vuol vedere se c’è di più; sarebbe sufficiente una ricerca per scovare questi articoli, sotto riportati, dove troverebbero un sindaco e un dirigente regionale della Protezione civile per niente rassicurati, e decisi a fare il possibile per cercare di mitigare il rischio e preparare la popolazione, in modo da “essere tutti pronti a qualsiasi evenienza”, anche a un'”emergenza”. Consapevoli, immaginiamo, oltre che della lamentata scarsità dei mezzi economici, per i quali fecero urgente richiesta in quanto necessari a “far fronte, in futuro, a una scossa più forte”, anche delle pregresse e stratificate mancanze che avevano caratterizzato fino a quel giorno la condotta delle amministrazioni locali, che pure avevano da tempo a disposizione tutti gli strumenti, che quegli stessi esperti ora imputati gli avevano fornito, utili al fine della messa in sicurezza del loro territorio. E per questo consapevoli che una riunione della Commissione Grandi Rischi non poteva certo porvi rimedio, fornendo inconoscibili soluzioni dell’ultimo minuto (ammesso che quello fosse individuabile come “ultimo minuto”, cosa che si può sapere solo col senno del poi). Leggerebbero perentorie e incisive parole: “Ma insomma, è inutile, questo è il territorio più sismico d’Italia, può essere oggi, domani o tra dieci anni…” (Boschi). Forse gli verrebbe anche qualche dubbio su una Giustizia che tralascia le testimonianze di questi concitati e preoccupati preparativi per ascoltarne solo una, discordante, per la quale non viene disposto neanche un confronto…

Proviamo allora a fare questo salto indietro nel tempo e ad ascoltare un racconto diverso, per amore della Storia con tutti i personaggi al loro posto:

https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/10/04062010_cialente_lastampa.pdf

http://www.abruzzoweb.it/contenuti/grandi-rischi-la-testimonianza-completa-del-sindaco-cialente/41929-302/

http://www.abruzzoweb.it/contenuti/grandi-rischi-leone-nessuno-escluse-una-forte-scossa-chiesto-confronto-con-stati/44105-302/

http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2009/04/02/news/terremoto-chiesto-lo-stato-di-emergenza-1.4545199

http://www.usirdbricerca.info/images/stories/pdf/Ingv/Il-centro-2-aprile-2009-1.pdf

La Fondazione Orestiadi

La Fondazione – Istituto di Alta Cultura “Orestiadi” di Gibellina, al momento della sua costituzione nel 1992 ha già alle spalle una attività più che decennale, nata dalla volontà del Senatore Ludovico Corrao, Presidente della Fondazione, e dei suoi collaboratori, di raccogliere, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale della città, aprendone allo stesso tempo la dimensione al futuro e alla modernità, in seguito al rischio di dispersione, perdita di identità e desertificazione culturale causato dal terremoto che nel gennaio del 1968 distrusse Gibellina e gli altri paesi della valle del Belice. Così, mentre artisti e architetti di fama internazionale offrono il loro contributo alla ricostruzione della nuova città, che sorge a 18 km dal sito originario, sui ruderi della vecchia Gibellina nasce il teatro: dopo la rappresentazione, nel 1982, nell’Auditorium della nuova città, di “Gibella del martirio” di Emilio Isgrò, si intuisce che il teatro a Gibellina può essere un momento di incontro sacro per la gente. Con la collaborazione dell’E.A. Teatro Massimo di Palermo viene rappresentata, tra i resti di quella che era stata l’antica piazza di Gibellina, la trilogia dell’ “Orestea” di Eschilo, riscritta e reinterpretata da Emilio Isgrò, con le straordinarie scenografie di Arnaldo Pomodoro, espressione della condizione morale delle popolazioni della valle del Belice, sospesi tra la consapevolezza della propria condizione dolorosa, legata alla memoria del passato, e la volontà presente di proiezione verso nuove prospettive. Proprio da questa “Orestea di Gibellina” prendono nome le manifestazioni teatrali che da allora si svolgono ogni anno, le “Orestiadi”, che vanno oltre la definizione di “festival”, perché sono piuttosto un “rito” della memoria e della rinascita, che, in contrasto con lo scenario di morte in cui avviene, celebra la vittoria di una umanità che, pur familiarizzata alla sofferenza, non è spiritualmente piegata e non rinuncia alla continuità della vita e alla speranza che nasce dalla disperazione. In questo modo le Orestiadi di Gibellina assumono un valore universale che appartiene all’umanità intera, come è anche concretamente dimostrato dal confluire di autori, registi, musicisti e attori di grande importanza internazionale.
Il teatro a Gibellina ha dunque forti componenti di originalità e specificità: lo scenario carico di forti suggestioni, quali sono le macerie di una città distrutta da un evento catastrofico, a cui si aggiunge, verso la fine degli anni Ottanta, quello di grande impatto visivo ed emotivo costituito dal bianco lenzuolo funebre che è il “Cretto” di Burri, creano uno spazio teatrale inedito, insieme fisico e psicologico, che condiziona ed è quasi una sfida per chi si trova a dovervisi confrontare, ma dona allo stesso tempo una totale libertà rispetto alle leggi canoniche e abituali della scena, consentendo una ardita sperimentazione difficilmente realizzabile altrove. A creare il luogo scenico sono stati di volta in volta artisti del livello di Arnaldo Pomodoro, Toti Scialoja, Nunzio, Pietro Consagra, Mimmo Paladino, con le loro fantastiche macchine che sono spesso diventate sculture per la nuova Gibellina. La Scuola di Teatro, nata nel 1987 con il coordinamento di Enrico Stassi, le frequenti animazioni teatrali svolte nelle scuole del paese, i laboratori di drammaturgia nati attorno a personalità come Franco Scaldati, hanno permesso a bambini e giovani di scoprire nuove possibilità comunicative, mentre la partecipazione fattiva e corale dei cittadini alla realizzazione di scene e costumi, nel seguire le prove nonché trovando spazio all’interno delle rappresentazioni, oltre a creare lavoro e a sviluppare un vero e proprio artigianato d’arte, hanno fatto sì che si dispiegasse nel tempo un sentimento di coinvolgimento e quindi di appartenenza. Le Orestiadi hanno dunque assolto a questa fondamentale funzione: il mutamento della qualità della vita tramite qualcosa che è considerata solitamente superflua, rimandabile: l’Arte, la Cultura.
Oltre agli spettacoli teatrali, le Orestiadi propongono ogni anno una serie poliedrica di attività culturali, promosse e organizzate dalla Fondazione in collaborazione con altri enti, associazioni, musei e istituzioni universitarie di tutto il mondo, con un fitto programma di mostre di artisti contemporanei, laboratori-ateliers che gli stessi artisti tengono direttamente sul luogo, coinvolgendo i giovani delle scuole e gli studenti delle accademie italiane ed estere, mostre fotografiche ed etnoantropologiche, convegni sui problemi del territorio, rassegne cinematografiche, musicali e di poesia, seminari, tavole rotonde e giornate di studio, con una attenzione che spazia dalle ultime avanguardie nel campo dell’arte e della cultura alle espressioni tradizionali e popolari, con particolare riguardo ed apertura all’area del Mediterraneo e al mondo islamico, nella consapevolezza del ruolo centrale che la Sicilia ha avuto nella storia come luogo di incontro di popoli differenti, di scambi di sapere e conoscenze tecniche, di cultura e di umanità, che hanno contribuito alla costituzione di una sensibilità comune che affonda le sue radici in un passato fatto di stratificazioni di cui la Sicilia porta ancora visibili e viventi i segni. Gli incontri e gli scambi culturali, l’attività di ricerca, i dibattiti e i seminari promossi dalla Fondazione Orestiadi testimoniano della volontà di reinterpretare e recuperare questo ruolo secondo prospettive di pace, collaborazione e solidarietà tra le due sponde del Mediterraneo, facendo della Sicilia, come ha detto il Senatore Corrao, un ponte dell’Europa verso l’Africa. Iniziativa tanto più significativa oggi, in un momento in cui sembra prevalere la volontà di acuire i conflitti fra i due mondi, precludendo ogni possibilità di dialogo e confronto, sicuramente più proficui per la costruzione di una società multietnica che esalti il valore e la ricchezza della diversità.
La Fondazione organizza inoltre iniziative volte alla promozione dell’artigianato isolano ed ha aperto dei corsi di formazione per lo sviluppo di nuove professionalità. Ha la sua sede principale presso il Baglio di Stefano, a Gibellina, una tipica masseria ottocentesca, rilevata dal Comune nel 1981. Presso il cortile (propriamente il “baglio”) si svolgono, alternativamente al Teatro dei Ruderi, le manifestazioni delle Orestiadi, mentre i locali dell’edificio padronale e del granaio ospitano rispettivamente il “Museo Officina delle Trame Mediterranee” e la sua sezione di arte contemporanea. Il modello espositivo del museo rappresenta un unicum nel panorama mondiale, poiché presenta insieme opere e manufatti che appartengono tanto alla cultura “alta”, alle arti maggiori, quanto alla cultura materiale, alle arti minori o applicate. Opere d’arte contemporanea convivono cos“ insieme a costumi, tessuti, gioielli, ceramiche, arazzi e oggetti d’uso quotidiano, di differente periodo e provenienza, il cui confronto permette di scoprirne le relazioni formali e i comuni stilemi, nelle permanenze o evoluzioni di segni e forme che rivelano l’appartenenza dei vari popoli del Mediterraneo a una sensibilità artistica comune.
La Fondazione Orestiadi ha altre due sedi presso un antico palazzo nel cuore della Medina di Tunisi, “Dar Bach Amba”, e nella “Cuba” arabo-normanna di Palermo. Recenti progetti prevedono l’istituzione di una nuova associazione, la “Med Orestiadi”, anch’essa presieduta dal Sen. Ludovico Corrao e con sede a Gibellina, all’interno della quale confluiranno diverse associazioni culturali di Tunisia, Marocco e Algeria, e la creazione della “Casa Sicilia” a Tunisi, un ufficio distaccato della Regione siciliana, con il compito non solo di promuovere iniziative culturali fra Sicilia e Tunisia ma anche di incentivarne gli scambi commerciali.

http://luxflux.net/la-fondazione-orestiadi-in-progress-teresa/

http://www.fondazioneorestiadi.it/it/

Del diritto d’opinione e sua varietà, e de coniurationibus

Ho seguito lo scambio di opinioni tra Giacomo Cavallo e Ranieri Salvadorini su “Lettera43″ (http://lettera43.it/cronaca/processo-grandi-rischi-se-scienza-fa-rima-con-falsificazione_43675130130.htm) e vorrei offrire uno spunto di riflessione.
Prima, però, ritengo necessario fare una premessa: intervengo da cittadina animata solo dalla mia tensione civile, che mi spinge ad appassionarmi sempre agli argomenti di interesse pubblico (la stessa tensione e passione, d’altra parte, immagino, che animano chi fa il mestiere di giornalista). Non appartengo al mondo scientifico e non ho neanche una formazione in questo ambito, per cui
eventuali sentimenti corporativistici non possono sviarmi dall’obbiettività; nè ho interessi di alcun tipo da difendere: non ho rapporti personali con nessuna delle persone citate nè con nessun’altra coinvolta nella vicenda a vario titolo. Nessuna posizione di potere minacciata: non ho nemmeno un lavoro…
Questa premessa dovrebbe essere significativa del diritto, mio e di chiunque altro, ad avere una opinione ben meditata, basata solo e rigorosamente sulla conoscenza approfondita dei fatti e dei contenuti dibattuti, senza essere sospettati di disonestà intellettuale o di superficialità (e tantomeno di influenzabile stupidità). Una prima impressione alla lettura degli articoli di Salvadorini, infatti, è che non si riesca a riconoscere che possano esistere visioni – e quindi versioni, interpretazioni – diverse tanto dei fatti quanto della vicenda processuale. Il che dovrebbe invece essere una ovvietà, dal momento che un secondo giudice, ed eventualmente anche un terzo, possono ancora esprimersi su di esse e persino “ribaltare la sentenza”, intenzione che Salvadorini attribuisce agli imputati che sono “condannati ma non si rassegnano”, e che è un’altra ovvietà (il lettore si chiede, infatti, a cos’altro dovrebbe maggiormente tendere chi non è masochista, se non a una assoluzione piena).
Quello che Salvadorini chiama “prove tecniche di propaganda” non è che il diritto di parola di chi, accusato penalmente ma anche da tanti che si sono largamente pronunciati in proposito in diverse sedi, argomenta la sua verità, che può essere poi condivisa o meno: alcuni non la condividono, molti altri si, e hanno spiegato esaurientemente perché. A questo proposito, Salvadorini dimentica di specificare che voci critiche provengono anche da diversi giuristi (che in ultima analisi ci ricordano come la giurisprudenza sia una scienza non esatta, fallibile e revisionabile): Pagliaro, Galluccio, Intrieri, Zalin, Butti… Unite a tutte le altre nominate nei suoi articoli, diventano effettivamente un numero considerevole di opinioni opposte a quella del giudice Billi e di chi concorda con la sentenza (sentenze che, vogliamo ricordare di sfuggita e in astratto, si eseguono ma si possono discutere). Troppe e provenienti da ambiti troppo eterogenei (come rileva lo stesso Salvadorini) per poter sostenere credibilmente che si tratti di una chiusa difesa “a scudo” di personalità intellettualmente disoneste, unite da comuni interessi di parte nel tramare falsificazioni, mistificazioni, menzogne… Una così ampia condivisione di una idea, anzi, potrebbe suggerirci il dubbio che contenga qualche valido elemento di riflessione che a noi sfugge; ad esempio, potremmo accorgerci che quelli che ci sembrano “aspetti marginali e iper-specialistici” sono la risposta obbligata ai tanti argomenti iper-specialistici usati massicciamente e in maniera errata dal giudice per dimostrare la presunta negligenza e superficialità degli imputati, negligenza e superficialità che avrebbero avuto l’effetto rassicuratorio contestato. Lo stravolgimento dei concetti scientifici è il perno attorno a cui ruota la dimostrazione della colpevolezza da parte del giudice. Diversamente, sarebbe stato impossibile al giudice attribuire colpe a chi non si è mai pronunciato in pubblico. La legge di copertura scientifica di Ciccozzi interviene su questo indispensabile terreno di base predisposto dal giudice.
In ogni caso, anche a voler liquidare ogni critica fin qui espressa come viziata da un “conflitto d’interesse”, rimarrebbero allora a Salvadorini da spiegare, nel suo teorema, l’anomalia mia e quella di tante altre persone che, con scarsissima o nessuna visibilità, hanno seguito questa storia e sono giunte alle medesime conclusioni dei “congiurati”. Conclusioni alle quali, ribadiamo a promemoria, potrebbero giungere altre due Corti; e tutto ciò senza che si mini la possibilità di educare la popolazione al rischio sismico, azione già portata avanti da tanti ricercatori dell’INGV, anche in collaborazione con la Protezione Civile e volontari, con numerose e varie iniziative, e con un impegno meritevole di ben altra attenzione da parte di molti distratti, anche tra i giornalisti.
Ci si chiede sennò, inevitabilmente, cosa farà Salvadorini se una nuova sentenza dovesse ribaltare l’impianto della attuale: contesterà al giudice che così “va persa la lezione aquilana”?