Ho seguito lo scambio di opinioni tra Giacomo Cavallo e Ranieri Salvadorini su “Lettera43″ (http://lettera43.it/cronaca/processo-grandi-rischi-se-scienza-fa-rima-con-falsificazione_43675130130.htm) e vorrei offrire uno spunto di riflessione.
Prima, però, ritengo necessario fare una premessa: intervengo da cittadina animata solo dalla mia tensione civile, che mi spinge ad appassionarmi sempre agli argomenti di interesse pubblico (la stessa tensione e passione, d’altra parte, immagino, che animano chi fa il mestiere di giornalista). Non appartengo al mondo scientifico e non ho neanche una formazione in questo ambito, per cui
eventuali sentimenti corporativistici non possono sviarmi dall’obbiettività; nè ho interessi di alcun tipo da difendere: non ho rapporti personali con nessuna delle persone citate nè con nessun’altra coinvolta nella vicenda a vario titolo. Nessuna posizione di potere minacciata: non ho nemmeno un lavoro…
Questa premessa dovrebbe essere significativa del diritto, mio e di chiunque altro, ad avere una opinione ben meditata, basata solo e rigorosamente sulla conoscenza approfondita dei fatti e dei contenuti dibattuti, senza essere sospettati di disonestà intellettuale o di superficialità (e tantomeno di influenzabile stupidità). Una prima impressione alla lettura degli articoli di Salvadorini, infatti, è che non si riesca a riconoscere che possano esistere visioni – e quindi versioni, interpretazioni – diverse tanto dei fatti quanto della vicenda processuale. Il che dovrebbe invece essere una ovvietà, dal momento che un secondo giudice, ed eventualmente anche un terzo, possono ancora esprimersi su di esse e persino “ribaltare la sentenza”, intenzione che Salvadorini attribuisce agli imputati che sono “condannati ma non si rassegnano”, e che è un’altra ovvietà (il lettore si chiede, infatti, a cos’altro dovrebbe maggiormente tendere chi non è masochista, se non a una assoluzione piena).
Quello che Salvadorini chiama “prove tecniche di propaganda” non è che il diritto di parola di chi, accusato penalmente ma anche da tanti che si sono largamente pronunciati in proposito in diverse sedi, argomenta la sua verità, che può essere poi condivisa o meno: alcuni non la condividono, molti altri si, e hanno spiegato esaurientemente perché. A questo proposito, Salvadorini dimentica di specificare che voci critiche provengono anche da diversi giuristi (che in ultima analisi ci ricordano come la giurisprudenza sia una scienza non esatta, fallibile e revisionabile): Pagliaro, Galluccio, Intrieri, Zalin, Butti… Unite a tutte le altre nominate nei suoi articoli, diventano effettivamente un numero considerevole di opinioni opposte a quella del giudice Billi e di chi concorda con la sentenza (sentenze che, vogliamo ricordare di sfuggita e in astratto, si eseguono ma si possono discutere). Troppe e provenienti da ambiti troppo eterogenei (come rileva lo stesso Salvadorini) per poter sostenere credibilmente che si tratti di una chiusa difesa “a scudo” di personalità intellettualmente disoneste, unite da comuni interessi di parte nel tramare falsificazioni, mistificazioni, menzogne… Una così ampia condivisione di una idea, anzi, potrebbe suggerirci il dubbio che contenga qualche valido elemento di riflessione che a noi sfugge; ad esempio, potremmo accorgerci che quelli che ci sembrano “aspetti marginali e iper-specialistici” sono la risposta obbligata ai tanti argomenti iper-specialistici usati massicciamente e in maniera errata dal giudice per dimostrare la presunta negligenza e superficialità degli imputati, negligenza e superficialità che avrebbero avuto l’effetto rassicuratorio contestato. Lo stravolgimento dei concetti scientifici è il perno attorno a cui ruota la dimostrazione della colpevolezza da parte del giudice. Diversamente, sarebbe stato impossibile al giudice attribuire colpe a chi non si è mai pronunciato in pubblico. La legge di copertura scientifica di Ciccozzi interviene su questo indispensabile terreno di base predisposto dal giudice.
In ogni caso, anche a voler liquidare ogni critica fin qui espressa come viziata da un “conflitto d’interesse”, rimarrebbero allora a Salvadorini da spiegare, nel suo teorema, l’anomalia mia e quella di tante altre persone che, con scarsissima o nessuna visibilità, hanno seguito questa storia e sono giunte alle medesime conclusioni dei “congiurati”. Conclusioni alle quali, ribadiamo a promemoria, potrebbero giungere altre due Corti; e tutto ciò senza che si mini la possibilità di educare la popolazione al rischio sismico, azione già portata avanti da tanti ricercatori dell’INGV, anche in collaborazione con la Protezione Civile e volontari, con numerose e varie iniziative, e con un impegno meritevole di ben altra attenzione da parte di molti distratti, anche tra i giornalisti.
Ci si chiede sennò, inevitabilmente, cosa farà Salvadorini se una nuova sentenza dovesse ribaltare l’impianto della attuale: contesterà al giudice che così “va persa la lezione aquilana”?

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